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La strage di Oslo. Il messaggio di paura di Anders Behring Breivik, oggi la persona più odiata in Scandinavia. PDF Stampa E-mail
Domenica 24 Luglio 2011 18:57
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Oslo

E' un venerdì pomeriggio di lavoro e shopping, quando un'esplosione scuote il quartiere delle istituzioni e dell'informazione nel pieno centro di Oslo, causando sette morti e decine di feriti. Un paio di ore più tardi un terrorista vestito da poliziotto, Behring Breivik, si reca sull’isola di Utoya, dove è in corso un raduno estivo dei giovani del partito cristiano-democratico, aprendo il fuoco in una caccia furiosa. Più di novanta i morti, senza contare i feriti gravissimi e i dispersi.
 
La Norvegia è tra i maggiori produttori di petrolio, partecipa allo sfruttamento dell'Artico ed ha una storia diplomatica importante (non solo il Nobel per la pace, ma anche l'organizzazione di meeting pacifisti e trattative tra gruppi terroristici e i rispettivi paesi).
L'orrore in Norvegia ci ricorda che ogni estremista può diventare terrorista. Non bisogna avere paura di una religione, ma dell'idiozia dell'uomo, e quanto successo dovrebbe farci riflettere se sia più pericolosa per la democrazia la "dottrina politica" di Borghezio o un clandestino sbarcato a Lampedusa. 
 
E' un’ideologia estremista e xenofoba come quella di Breivik che mette in crisi un paese dove i poliziotti girano disarmati e dove l'età media dei politici è di trenta anni. Trentenne anche lo stesso Breivik, il massacratore reo confesso di cui i giornali di tutto il mondo sviscerano la vita privata, scoprendo così che fa parte di una loggia massonica, che sbarca il lunario grazie alla previdenza sociale norvegese, che ha una fattoria a centocinquanta chilometri da Oslo dove con sei tonnellate di diserbante ha confezionato ordigni esplosivi, che fa parte degli ambienti dell'estrema destra radicale, che ama la musica classica e i videogiochi. Nel frattempo in Italia, nelle pagine dei quotidiani leggiamo le facili generalizzazioni che elaborano inizialmente teorie "qaediste", associando l’attentato alla ripubblicazione delle famose vignette danesi su Aftenposten.
 

Oslo

Adesso, invece, ci si chiede se l'attentatore abbia agito da solo o faccia parte di un’organizzazione e come sia riuscito in un intento tanto drammatico. E' lo stesso Anders Behring Breivik che, il giorno prima del folle gesto, pubblica un manifesto in inglese di oltre 1500 pagine nel quale spiega le sue ragioni; pare che circa la metà del libro sia opera dello stesso Brejvik, mentre il resto è una raccolta di opere scritte da "un certo numero di persone coraggiose in tutto il mondo", come le definisce l'assassino che ha lavorato al manifesto per nove anni.
 
Il Manifesto Breivik inizia così: "Dopo diversi anni di lavoro esce la prima edizione del compendio 2083 - Una Dichiarazione europea di Indipendenza ". Se avete ricevuto questo libro, siete uno dei miei 7000 amici su Facebook. Se siete preoccupati per il futuro dell'Europa occidentale, sicuramente troverete informazioni d’interesse e di grande rilevanza". Il pazzo omicida pare quindi sia un lupo solitario, nel senso attribuito al termine dal rapporto “Lupi solitari: mito o realtà” redatto da searchlightmagazine (la più longeva rivista anti-razzista e anti-fascista del Regno Unito) che si chiede se i terroristi di estrema destra siano individui isolati - lupi solitari appunto - o siano invece connessi tra loro.
Il rapporto studia casi di circa quaranta persone che ricoprono posizioni politiche di estrema destra e che sono stati condannati per violenze gravi o reati di terrorismo, dimostrando che i terroristi di estrema destra non sono lupi solitari, ma sono collegati con un certo numero di organizzazioni estremiste.
 
Oslo opera house
 
Queste interconnessioni tra lupi solitari s’intensificano anche grazie al web: facebook e twitter diventano anch'essi mezzi di comunicazione del male, dove finalmente il bel ragazzo alto può diffondere il suo messaggio di paura: “Un atto atroce ma necessario”. 
Forse anche noi, in Italia, dovremmo imparare da questo popolo che in queste ore ci sta mostrando una nazione al suo meglio, con i politici che si chiedono come rendere migliore la Norvegia, e la famiglia reale che insieme alle persone comuni porta fiori nel centro di Oslo e accende candele, una compassione e solidarietà che rende i Norvegesi ancora più uniti nell'intento di non rendere vana la morte dei ragazzi.
 
Massimiliano Purpura
 

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